Urbanistica e spazio pubblico

Urbanistica Milano: ora tocca alla politica

Non sarà reato, ma avvantaggiare i costruttori sottraendo valore alla città pubblica è una pratica da abbandonare. Anche a Bologna.

di Prospettiva Comune

Il primo procedimento giudiziario sulla vicenda urbanistica milanese (relativo a un edificio di 87 metri costruito al posto di due palazzine alte pochi metri, classificato come ristrutturazione e autorizzato con SCIA, quindi senza piano particolareggiato attuativo e pertanto con oneri e compensazioni urbanistiche minime) si è concluso con una assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”.

La pronuncia non chiude affatto il discorso sul senso dell’urbanistica e del governo delle trasformazioni urbane, ma al contrario lo riconsegna pienamente alla politica, direttamente investita da alcune domande: la “rigenerazione urbana” così come recentemente praticata a Milano come a Bologna, è buona urbanistica? Produce una crescita della città pubblica, un miglioramento della qualità urbana e delle condizioni di vita di chi vive la città? Oppure, al contrario, finisce per spostare valore togliendolo alla cittadinanza a favore di investitori e operatori immobiliari?

Perché se la valutazione giudiziaria è in capo alla magistratura, quella politica e sociale resta in capo ai soggetti che amministrano le nostre città, o che si candidano ad amministrarle, e che sono chiamati, di conseguenza, a prendere una posizione chiara rispetto ai processi di trasformazione urbana in atto, e alle prassi in voga negli uffici tecnici dei Comuni al riguardo.

Quindi, accantonata una sentenza che lascia molti dubbi – laddove sembra affermare il principio secondo cui una prassi consolidata del Comune di Milano, avallata negli anni dall’avvocatura dello stesso Comune, e a un certo punto ratificata da una circolare del medesimo Comune, prevalga sulla lettera della legge nazionale; e che pertanto i funzionari comunali abbiano agito senza dolo, classificando come “ristrutturazione” un palazzo di 90 metri sorto sulla demolizione di edifici enormemente più piccoli, e considerando sufficienti per questo i titoli edilizi normalmente usati per rifare un bagno o una cucina, perché “così fan tutti, almeno qui a Milano” – vogliamo concentrarci sull’aspetto politico.

Ne parliamo con Andrea De Pasquale.

Perché la sentenza giudiziaria che “chiude” (almeno per ora) uno dei casi di Milano lascia aperte delle questioni politiche importanti?
Perché l’urbanistica è la leva più potente in mano a un Comune per generare ricchezza dal nulla. Per spostarla. Per distribuirla o meno. Quando un Comune decide che un terreno finora ad uso agricolo diventa zona di sviluppo (quindi edificabile), produce un immediato aumento del valore di quel terreno, da subito, senza che nessuno abbia lavorato, progettato, fatto alcunché. Quando quel terreno viene effettivamente edificato, il valore si concretizza nella vendita delle unità immobiliari.

Quale dovrebbe essere il senso della politica rispetto a casi come questi?
Il senso dell’urbanistica (e lo scopo di una buona amministrazione) è quello di redistribuire il più possibile quel valore, accrescendo le dotazioni della città pubblica: verde, parcheggi, viabilità sicura ed efficiente, percorsi ciclabili e pedonali; ma anche attrezzature e servizi come scuole, palestre, presidi sanitari, e tutto ciò che contribuisce a rendere una città un luogo bello e vivibile, e non solo un agglomerato di edifici. Ecco, quindi, i famosi “standard urbanistici” richiesti dalla legge.

Quanto sono importanti questi “standard” e in che modo possono e devono garantire i diritti dei cittadini?
Ogni nuova edificazione genera un carico urbanistico aggiuntivo: più abitanti, più traffico, più domanda di servizi, più pressione sugli spazi comuni. Per questo la normativa urbanistica prevede che chi costruisce contribuisca alla realizzazione delle opere necessarie a compensare tale impatto.

Questi standard urbanistici e queste opere compensative sono più stringenti e consistenti laddove gli interventi edificatori sono più impattanti. La normativa infatti prevede, in questi casi, l’obbligo di un Piano Particolareggiato Attuativo, uno strumento a tutela dei diritti dei cittadini che prescrive:

  • controllo politico oltre a quello tecnico;
  • pubblicazione degli atti e possibilità per i cittadini di presentare osservazioni;
  • standard urbanistici più elevati;
  • maggiori oneri e contributi a favore della città.

Quali conseguenze pratiche ricadono sui cittadini e in che modo queste scelte favoriscono disuguaglianze?
Quando un Comune decide di fare come a Milano, ovvero di considerare “ristrutturazione” la costruzione di edifici enormi, che cambiano radicalmente il paesaggio urbano e introducono carichi urbanistici molto pesanti, senza contribuire in maniera proporzionale alla compensazione di quei carichi e all’accrescimento della città pubblica, sta facendo una precisa scelta politica, al di là di qualsiasi valutazione giudiziaria.

Sta “attraendo investitori”, abbassando per loro i costi di edificazione e aumentando i loro guadagni, ma sta anche privando i cittadini di una quota dei loro diritti, in termini di verde urbano, di parcheggi, di servizi e impianti pubblici, di spazi utili a rendere più sicura ed efficiente la mobilità.

Sta rinunciando al compito di redistribuire una parte della ricchezza generata da un suo atto amministrativo. Sta sottraendo valore ai cittadini, per consegnarlo a pochi operatori del settore. Sta impoverendo la città pubblica e peggiorando la qualità urbana.

Non sarà un reato, ma è ugualmente qualcosa che non ci piace. Anzi, ci indigna.

Eppure, anche in Parlamento si è cercato di superare i vincoli delle precedenti normative con una legge costruita ad hoc e avallata da tutti gli schieramenti politici…
La vicenda della Salva Milano (la legge invocata dal sindaco PD Sala, prontamente formulata dalla destra al governo, e votata alla Camera con maggioranza bipartisan) ha confermato che su questo non vi sono, all’atto pratico, differenze sostanziali tra le principali forze politiche. Anche per questo abbiamo avvertito la necessità di prendere una iniziativa civica a Bologna.

Cosa farà Prospettiva Comune a riguardo qualora dovesse essere chiamata a governare Bologna?
Noi di Prospettiva Comune dichiariamo fin da ora che, se arriveremo a governare Bologna, abbiamo chiaro cosa dobbiamo fare, rispetto alle trasformazioni urbane, e al ruolo della pubblica amministrazione nel guidarle il più possibile nella direzione del pubblico interesse.

Anche se la magistratura dice a Milano che costruire palazzi al posto di capannoni con una semplice SCIA non è reato, e anzi è una consuetudine consolidata e diffusa, noi diciamo che questa consuetudine va cambiata, perché fa danno alla collettività.

Noi consideriamo il Piano Attuativo Particolareggiato uno strumento utile e fondamentale, e al contrario della prassi in voga (a Milano come a Bologna) noi lo chiederemo sempre e ovunque la legge ce lo consenta. Dichiariamo che, a parità di normativa, mentre gli uffici tecnici e gli assessorati attuali di Milano e di Bologna tirano la leva della discrezionalità politica all’estremo dal lato della remunerazione degli investitori, noi faremo l’opposto, ovvero spingeremo la leva verso il lato che massimizza il vantaggio per la città pubblica, la qualità urbana, i diritti dei cittadini.

Quindi proponete un deciso cambio di rotta…
Sì, perché siamo stanchi di una “rigenerazione urbana” declinata in senso “estrattivo”, che consegna il plusvalore a qualcuno, facendone pagare i costi alla collettività. E siamo convinti che la politica debba riprendere a svolgere un ruolo di guida e indirizzo anche rispetto alle spinte dell’economia e della finanza.